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	<title>Libreria l&#039;Aquilone &#187; Senza categoria</title>
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	<description>La libreria per ragazzi a Verona</description>
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		<title>La stoffa della poetessa &#8211; Nicola Cinquetti recensisce &#8220;Fuori Fuoco&#8221; di Chiara Carminati</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Sep 2017 16:24:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[So di arrivare tardi a recensire questo libro, edito da Bompiani nel settembre del 2014 e già dotato di una bella collezione di premi e riconoscimenti, ma trattandosi di un romanzo destinato a conquistare un posto duraturo nella letteratura italiana per ragazzi, posso pensare di non essere fuori tempo. Basterebbe soffermarsi sul titolo per accorgersi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft  wp-image-774" src="http://www.librerialaquilone.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/fuori-fuoco.png" alt="fuori fuoco" width="176" height="278" />So di arrivare tardi a recensire questo libro, edito da Bompiani nel settembre del 2014 e già dotato di una bella collezione di premi e riconoscimenti, ma trattandosi di un romanzo destinato a conquistare un posto duraturo nella letteratura italiana per ragazzi, posso pensare di non essere fuori tempo. <br />Basterebbe soffermarsi sul titolo per accorgersi della sensibilità linguistica con cui il libro è stato scritto. Fuori fuoco: un’allitterazione, carica di vocali scure, e un’onomatopea. Se poi passiamo dal suono al significato, il titolo sta a indicare la posizione in cui si trovano le donne in tempo di guerra, quando tutta l’attenzione è centrata sui soldati, le battaglie, il nemico, la gloria – tutte cose da maschi: le donne rimangono sullo sfondo, quasi invisibili, fuori fuoco rispetto allo sguardo collettivo e fuori tiro rispetto al fuoco diretto delle armi nemiche, salvo quando le bombe cadono dal cielo sulla piazza del mercato, come avviene nel bombardamento di Udine del 19 novembre 1915.</p>
<p><span id="more-775"></span></p>
<p>Tanta pregnanza in due sole parole non ci sorprende, perché sappiamo che l’autrice è poetessa, capace di mettere il mare in una rima. Ed è facile cogliere questa sua vocazione poetica nell’andamento sicuro e melodico con cui si sviluppano i periodi, fatti di parole pulite e levigate; e ancora, nelle tante immagini semplici e liriche disseminate qua e là nella narrazione, sempre con naturalezza.</p>
<blockquote><p>&#8220;Eravamo in cucina, a sbaccellare i fagioli. Mafalda era a letto già da un pezzo. Sandro ci raccontava le storie che aveva sentito dai soldati, ma raccontava solo quelle che andavano a finire bene: come quella di un tenente che per sbaglio nella fretta di un contrattacco si era messo l’elmetto di acciaio alla rovescia, e questo l’aveva salvato da un proiettile che altrimenti gli avrebbe trapassato la fronte.<br />Quando anche Sandro ci ha dato la buonanotte, io e zia Adele siamo rimaste in silenzio. L’unico rumore era il rullio dei fagioli che cadevano dal baccello nel piatto di terracotta.<br />Le bucce si aprivano come sorrisi tra le dita agili di zia Adele. La fiamma delle candele faceva parlare le ombre delle nostre mani sul muro.&#8221;</p>
</blockquote>
<p>I protagonisti dei romanzi assomigliano spesso ai loro autori, nel modo di percepire la realtà e di metterla in parole. Jolanda, la ragazza che racconta in prima persona la propria odissea nel Friuli martoriato dalla grande guerra, mostra di avere la stessa sensibilità acustica della sua autrice, la stessa capacità di accostarsi al mondo e ai suoi enigmi con l’orecchio. Basti leggere, a riprova, la riflessione che traccia intorno alla parola censura, una parola che appartiene al lessico del potere (un lessico adulto e maschile), nella quale tuttavia la ragazza coglie una sottile corrispondenza, di suono e di significato, con un’altra parola in apparenza del tutto estranea.</p>
<blockquote><p>&#8220;Censura. Una parola soffocante. Mi ricordava la cenere che si ammucchia nei secchi per fare la liscivia e lavare i panni. La censura lava via le storie delle persone, le loro vite, le loro morti.&#8221;</p>
</blockquote>
<p>Non succede di frequente che un poeta sia in grado di esprimere una prosa altrettanto felice, perché il poeta tende a sostare su ogni singola parola per curarne il suono, il ritmo, il senso, cercando legami e richiami. Come Cappuccetto Rosso, che si china a odorare ogni fiore del prato anziché correre dritta alla casa della nonna, il poeta rischia di lasciarsi fuorviare dall’amore per le parole, e di perdere il tempo e la misura, sacrificando le storie alle stesse parole con cui le racconta. <br />Dice Bianca Pitzorno nella Storia delle mie storie a proposito della propria scrittura: «Non mi importava dello stile. L’unica cosa che mi interessava era l’intreccio, la storia». E aggiunge: «Non avevo la stoffa della poetessa, ma quella della raccontastorie». Non c’è dubbio che Bianca Pitzorno se la possa permettere, una certa indifferenza nei confronti delle questioni stilistiche, campionessa di narrazione com’è. Ma ho voluto citare queste frasi della scrittrice sarda per evidenziare come, al contrario, la prosa di Chiara Carminati sia fatta proprio di una pregiata stoffa poetica, che ricorda, sotto questo aspetto, la scrittura di un’altra narratrice italiana, molto amica di Bianca Pitzorno – e da lei così diversa. Mi riferisco a Donatella Ziliotto, autrice di uno dei libri per ragazzi più belli che siano usciti in Italia sul tema della guerra, Un chilo di piume un chilo di piombo, ambientato a Trieste durante la seconda guerra mondiale. Per questo, al termine della lettura, ho riposto il romanzo di Chiara accanto al piccolo capolavoro di Donatella, sullo stesso scaffale colmo di qualità letteraria. Udine e Trieste: due città che si trovano in posizione decentrata rispetto alla vita culturale nazionale. Ma spesso, appunto, ciò che è prezioso si trova fuori fuoco.  </p>
<p>Nicola Cinquetti</p>
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		<title>L&#8217;anima delle favole &#8211; Ultimo venne il verme di Nicola Cinquetti</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Apr 2017 13:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo l’intervento con cui il professor Mauro Meneghello ha introdotto il libro di favole di Nicola Cinquetti, Ultimo venne il verme (finalista premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017), in occasione della prima presentazione del volume, tenutasi presso la Società Letteraria di Verona. Non si tratta propriamente di una recensione, ma di una riflessione sui motivi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblichiamo l’intervento con cui il professor Mauro Meneghello ha introdotto il libro di favole di Nicola Cinquetti, Ultimo venne il verme (finalista premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017), in occasione della prima presentazione del volume, tenutasi presso la Società Letteraria di Verona. Non si tratta propriamente di una recensione, ma di una riflessione sui motivi di carattere esistenziale e psicologico che ricorrono nelle favole raccontate dallo scrittore veronese. Un testo inedito, dedicato a chi pensa che la favola possa essere una preziosa via di accesso al mondo interiore.  </p>
<p><strong>Nicola Cinquetti, <em>Ultimo venne il verme. Favole</em>, Bompiani 2016</strong></p>
<p><strong>Appunti critici di Mauro Meneghello</strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-759" src="http://www.librerialaquilone.com/wp/wp-content/uploads/2017/04/9788845282003_0_170_0_0.jpg" alt="9788845282003_0_170_0_0" width="170" height="243" /></p>
<p>Le favole raccolte in questo volume si possono considerare &#8211; nella loro varietà &#8211; incardinate su un elemento centrale che funge da perno stilistico, strutturale e materiale: la ripetizione.<span id="more-760"></span></p>
<ul>
<li>Si osserva la ripetizione di formule narrative o dialogiche, tipiche peraltro dello stile favolistico in ragione del suo dimorare originario nell&#8217;ambito dell&#8217;oralità;</li>
<li>Lo sviluppo degli eventi avviene circolarmente, per ripetizione di un medesimo cliché in contesti o con personaggi variabili;</li>
<li>La materia del racconto è di frequente una quête, che non mostra di avere sempre un oggetto ben preciso, ma che si svolge &#8211; di norma &#8211; attraverso la ripetizione di schemi di pensiero o d&#8217;azione fino ad una spannung che mette in crisi la dinamica ricorsiva e conduce ad una risoluzione.</li>
</ul>
<p>È quindi possibile riscontrare una omogeneità gerarchica di materia, struttura e stile nei cinquantasei brevi testi di Nicola Cinquetti.</p>
<p>Ossessivi amabili.</p>
<p>I personaggi creati dalla fantasia dell&#8217;autore sono animali umanizzati, bambini e anche adulti un po&#8217; incerti e sperduti in un mondo tutt&#8217;altro che benigno.</p>
<ul>
<li>In uno sviluppo ampio e colorato del tema de Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, incontriamo personaggi che si sentono emarginati, fuori posto, misconosciuti dai più (Il cane poeta, Il bambino di traverso, Cuore di gallina, Il ragno che non sapeva tessere);</li>
<li>Altri sono gettati nel disagio dall&#8217;irrompere di una dimensione sconosciuta della vita (i libri per l&#8217;orso in L&#8217;orso non dorme, ad esempio) che la mette improvvisamente a soqquadro;</li>
<li>Altri ancora patiscono la rigidità del proprio mondo ideale (il principino de Il mestiere di mangiare minestra) o la chiusura serrata dei propri schemi d&#8217;azione (il pirata di Sudava sette camicie).</li>
</ul>
<p>In molti casi essi si trovano dunque a fronteggiare la difficoltà esistenziale di riconoscersi ed essere riconosciuti, di allacciare un dialogo con l&#8217;Altro che consenta loro di trovare uno spazio nel mondo in cui sentirsi a proprio agio. Mi pare di poter riconoscere in questa ricerca di elementi di sicurezza &#8211; specialmente affettiva &#8211; il filo (rosso? o ha più i colori grigio azzurri di un orizzonte scandinavo?) che unisce le storie uscite dalla penna di Nicola Cinquetti.<br />I personaggi che più colpiscono sono quelli che definirei degli «amabili ossessivi»: esistenze in vari modi imprigionate in rigidi schemi d&#8217;azione, o ingabbiate da un&#8217;idea fissa. L&#8217;autore li tratteggia con rispetto e delicatezza, aprendo immediatamente al lettore la via dell&#8217;empatia e dell&#8217;identificazione: esclusi da un mondo di libertà a cui a volte non sembrano neppure anelare, trovano spesso salvezza aprendosi al sentimento, al gioco, alla fantasia e all&#8217;arte. In altri casi invece&#8230;<br />Narciso</p>
<p>La ricerca sopra descritta si trova adombrata nel tema di Narciso, che affiora tra una favola e l&#8217;altra con una frequenza che non pare casuale. Il presentarsi della mitologica fonte del rispecchiamento (L&#8217;orso non dorme, Le orecchie dell&#8217;asino), di temi legati al narcisismo infantile (L&#8217;orologio più grande, Il pianto della balena, Il pavone più bello, Il migliore di tutti), fino alla spassosa Favola di Io e Tu o all&#8217;irridente e inquietante Il bambino pappagallo; evocano tutti il mito del giovinetto (uomo in un bambino, bambino in un uomo) che vive la sconvolgente esperienza di riconoscersi in qualcuno che &#8211; a prima vista &#8211; gli risulta del tutto estraneo.<br />Narciso è in effetti un cercatore, e la sua ricerca si compie nel nome dell&#8217;Eros. I personaggi delle favole citate si trovano in una ricerca di identità &#8211; quantomeno di frammenti concreti di essa &#8211; quale ho cercato di descrivere sopra, e come per Narciso anche per loro la forza unificante, il collante capace di tenere insieme elementi spesso divergenti della vita, è l&#8217;amore. Nelle favole di Cinquetti questo amore non è enfatizzato, inflazionato e perciò depotenziato: rimane un nucleo silenzioso, un cuore pulsante e nascosto che alimenta e muove i gesti e le parole &#8211; sono spesso domande &#8211; dei protagonisti.<br />La rivelazione della fonte sacra è in qualche caso l&#8217;evento capace di spezzare il circolo coattivo che imprigiona i personaggi (l&#8217;asino di Le orecchie dell&#8217;asino, il riccone di L&#8217;orologio più grande, o Io e Tu nella Favola di Io e Tu). In altri casi l&#8217;autore va alle origini, e ci racconta invece come tale circolo si possa essere generato (L&#8217;orso non dorme, Il bambino pappagallo).<br />Vedere e ascoltare</p>
<p>Il riconoscimento autentico non può accontentarsi dell&#8217;apparenza, dell&#8217;immagine proiettata da uno specchio (o da uno schermo): è questo uno dei temi ricorrenti in diverse delle favole presenti nella raccolta. Il pericolo della superficialità, insito negli assetati di bellezza che popolano i racconti di Cinquetti, viene perentoriamente e invariabilmente inquadrato dalla penna dell&#8217;autore. Che suggerisce con forza la via per non cadere nella trappola dello sguardo di superficie: l’ascolto apre la percezione e la conoscenza ad un mondo a tutto tondo, nel quale compare anche la profondità. Persone e cose vengono liberate dalla prigione della bidimensionalità, presentando facce nascoste, aprendo cammini per direzioni a prima vista impossibili.<br />È attraverso una comprensione ampia &#8211; a tutto tondo &#8211; del Mondo, che è possibile cogliere e rendere attuali una molteplicità di prospettive: da nuovi punti di osservazione, guadagnati con l&#8217;apertura all&#8217;ascolto, è possibile vedere l&#8217;altezza di ciò che prima stava solo in basso, scoprire cosa può iniziare da ciò che prima pareva solo una fine, cogliere la nobiltà e il valore di ciò che prima pareva ignobile e meschino. <br />L&#8217;ultimo non diventa il primo facendo la rivoluzione nel Mondo di fuori e lasciando intatto il Mondo di dentro. Senza scalfire l&#8217;immaginazione che dell&#8217;ordine esteriore è matrice e ragione, un cambiamento reale non si dà, poiché il Mondo cambia veste ma rimane nella sostanza il medesimo. La rivoluzione messa in atto dai personaggi di Ultimo venne il verme è sul genere di quella copernicana: riuscire a guardare il vecchio con occhio nuovo, e tutto ciò grazie&#8230; all&#8217;orecchio.</p>
<p>Mauro Meneghello</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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